| martedì 9 febbraio 2010 h. 6:24 | direttore responsabile: Giuliano De Risi |
(AGI) - Roma, 27 set. - La giunta del Myanmar e' pronta ad
"azioni estreme". E la minaccia si sta concretizzando a Yangon.
La televisione del regime ha ammesso nove morti, tra cui un
fotoreporter giapponese, a causa dell'intervento dei militari
contro le manifestazioni di oggi nella vecchia capitale dell'ex
Birmania.
Di fronte alle dure condanne della comunita'
internazionale, ultima in ordine di tempo quella del presidente
americano George W. Bush, il regime ha tuttavia deciso una
larvata apertura, concedendo il visto d'ingresso all'inviato
speciale delle Nazioni Unite, Ibrahim Gambari, cui e' stato
affidato il delicato compito di cercare una soluzione di
compromesso. Lo ha annunciato dal ministro degli Esteri di
Singapore, George Yeo.
Il fotoreporter ucciso si chiamava Kenji Nagai, aveva 52
anni e lavorava per l'agenzia di video giapponese 'Apf'. Nagai
e' stato colpito da spari nei pressi della pagoda di Sule, dove
manifestavano oltre diecimila persone. Un altro fotoreporter
straniero, con al polso un braccialetto con la bandiera degli
Stati Uniti, e' rimasto ferito nello stesso episodio; la sua
videocamera e' stata sequestrata dai militari.
La televisione ufficiale ha riferito che vi sono stati tra
i contestatori anche undici feriti, tra cui una donna, e altri
31 tra le forze dell'ordine. "I dimostranti hanno scagliato
mattoni, bastoni e coltelli contro le forze di sicurezza", ha
precisato l'emittente nel notiziario serale. "Di fronte a
questa situazione disperata, le forze di sicurezza hanno dovuto
sparare colpi di avvertimento". Il reporter giapponese, ha
aggiunto l'emittente, "era entrato in Myanmar con un visto
turistico ma scattava fotografie e si confondeva ai
dimostranti".
Nel frattempo e' anche caccia ai giornalisti stranieri. I
militari hanno fatto irruzione nell'hotel 'Traders', nella
stessa zona della pagoda di Sule, per smascherare er arrestare
quelli entrati con visto turistico. Ieri due cronisti
giapponesi erano stati espulsi dal Paese.
Mentre cresono la pressione e lo sdegno a livello
internazionale, la giunta militare birmana ha respinto pero' le
accuse di aver scatenato una sanguinosa repressione. Alcuni
diplomatici stranieri sono stati convocati nella nuova
capitale, Naypyidaw, dal vice ministro degli Esteri, il quale
ha voluto spiegare loro che il "governo e' impegnato a dare
prova di moderazione nella sua risposta alle provocazioni".
Ulteriori manifestazioni di protesta si sono svolte in
giornata nel quartiere orientale di Tamew, semore a Yangon;
altri dimostranti hanno circondato il monastero di Ngwe Kyar
Yan per proteggerlo dai militari, che tra ieri e la scorsa
notte hanno arrestato oltre 850 monaci buddhisti diventati i
protagonisti delle proteste. Oggi comunque non sono stati visti
religiosi nelle strade.